domenica 19 novembre 2017

Un graffito per testimoniare l’insurrezione lucana del 1860

di Luigi Pistone



Da Potenza e provincia la lunga strada verso l’Unità d’Italia
L’artista lucano Franco Corbisiero, allievo di Antonello Leone e Maria Padula, realizza la prima installazione sulle mura cittadine per segnare un percorso simbolico della storia del capoluogo e promuovere la sua conoscenza e valorizzazione in chiave artistica tra cittadini e turisti.



È un graffito polistrato la prima opera-monumento installata sulle mura di uno dei palazzi del centro storico del capoluogo per raccontare la storia di Potenza. Creato dall’artista lucano Franco Corbisiero attraverso l’utilizzo di una tecnica molto antica, l’opera – dal titolo “Potenza 1860” - campeggerà da stamane lungo il perimetro dell’edificio di via Orazio Petruccelli, percorso quasi obbligato per chi, dalla nota Piazza 18 agosto 1860, si reca nel pieno centro potentino di piazza Prefettura, come a rappresentare un collegamento non solo fisico ma anche ideale tra gli eventi storici che si svolsero in quegli anni nella città.
Dono del Lions Club Potenza Pretoria alla Città, patrocinato da Regione Basilicata, Provincia, Apt, Riba, Unpli e Pro Loco di Potenza, è stato inaugurato il 28 ottobre al termine di una presentazione al Teatro Stabile con la partecipazione di esperti e cultori della storia della Società Dante Alighieri.
L’idea nasce da un bando dei primi mesi dell’anno del Circolo Culturale Lions Pretoria che invitava artisti e associazioni a formulare proposte di animazione del Centro Storico di Potenza. Tra i vincitori si è classificata l’Associazione Culturale di artisti Pietre Volanti, di cui Franco Corbisiero è fondatore e Presidente dal 2012, con un progetto – frutto delle sinergie di idee e creatività dei soci – che suggeriva l’installazione di una serie di graffiti in luoghi-simbolo e angoli suggestivi della parte più antica del capoluogo, con l’intento di raccontare e sugellare eventi, racconti e tradizioni particolarmente significativi della storia di Potenza e di promuovere la conoscenza della città, abbinando all’opera l’uso della moderna tecnologia Qt code per la lettura immediata mediante app delle informazioni e dati storici.
La tecnica artistica proposta è apparsa subito interessante e al tempo stesso insolita. Il graffito polistrato infatti nasce dall’estro creativo del maestro Giuseppe Antonello Leone, di cui Corbisiero è stato discepolo, ed è il risultato di un’alchimia di materiali, malte, cemento e pigmenti naturali, sapientemente composti, impastati e poi graffiati capaci di dare origine ad un graffito pittorico che con il tempo diventa materiale duro, quasi pietrificato. Una tecnica arcaica che Leone ha perfezionato e personalizzato ed è oggi insegnata nella Scuola di Montemurro in onore del suo ideatore.
Il graffito di Corbisiero si ispira ad un’illustrazione del periodo del celebre Bartolomeo Pinelli, incisore, pittore e ceramista italiano che ha documentato importanti città, monumenti, capolavori della letteratura e costumi dei popoli italiani. Totalmente rielaborata e rivisitata da Corbisiero in un’immagine di scontri tra militari e popolo che ha sullo sfondo la chiesa di San Francesco, evoca il ricordo di una serie di eventi avvenuti in Basilicata nell’anno 1860 in cui infuriò l’insurrezione lucana contro i Borboni.
In questo periodo la provincia fu la prima, della parte continentale del Regno delle Due Sicilie, a dichiarare decaduto il re Francesco II di Borbone e a proclamare la sua annessione al Regno d’Italia.
Nel luglio 1860, dopo la battaglia di Milazzo, la Spedizione dei Mille guidata da Garibaldi completò la conquista della Sicilia iniziando a prepararsi per lo sbarco sul continente. Contemporaneamente in Lucania iniziarono i primi moti contadini che rivendicavano l'assegnazione delle terre, spesso concludendosi con fatti di sangue.
In questo contesto in piena evoluzione, Giacinto Albini, insieme a Camillo Boldoni e Nicola Mignogna si riunirono a Corleto Perticara, la sera del 13 agosto, per organizzare l'insurrezione della provincia e proclamare ufficialmente, pochi giorni dopo, l'Unità d'Italia. Furono inviati messi agli altri comitati lucani per diffondere le notizie e l'intenzione di marciare su Potenza.
Da quel momento si coagularono in un’unica colonna i drappelli dei comitati insurrezionali dei paesi vicini: Pietrapertosa, Aliano, Ferrandina, Miglionico, Missanello, Gallicchio, Gorgoglione, Cirigliano, Montemurro, Spinoso.
All'alba del 18 agosto gli uomini riuniti a Corleto, circa 500, partirono verso Potenza, raccogliendo altri uomini nel passaggio per Laurenzana, Accettura ed Anzi, unendosi ad altri contingenti di insorti di Viggiano, Tramutola, Saponara, Calvello, Abriola, Vietri di Potenza, Picerno, Melfi e Sala Consilina. Al comando di Boldoni vi erano infine 800 uomini che, già durante la notte del 17 agosto, giunsero alle porte di Potenza per entrare in città all’alba del giorno 18 e sostennero lo scontro con la Guardia Nazionale borbonica.
Una volta preso il controllo del municipio e dell'intendenza venne formato il governo proto-dittatoriale della provincia di Basilicata. Al Boldoni venne assegnato il comando dell'«esercito patriottico», fu ordinata l’istituzione di giunte insurrezionali in tutti i municipi della Basilicata, vennero organizzati un Comitato di sicurezza pubblica e la nuova Guardia Nazionale. Quest’ultima aveva come incarico principale, oltre a mantenere l'ordine, quello di sedare ogni rivolta armata e qualsiasi tentativo contro-rivoluzionario: «Chiunque sotto qualsiasi pretesto, senza autorizzazione o mandato del Governo Provvisorio, organizzi bande, sieno o no armate, o faccia parte delle medesime, o dia istruzione per organizzarsi, turbando in modo qualunque l’ordine pubblico, sarà punito di morte».
Il graffito di Corbisiero sintetizza in forma artistica questo difficile e sanguinoso momento della storia di Potenza ma si pone anche come prima pietra miliare capace di simboleggiare il grande patrimonio materiale e immateriale legato alla città.
La sfida lanciata dall’Associazione Culturale Pietre Volanti e raccolta al volo dai Lions di Potenza Pretoria potrebbe proseguire segnando con altri graffiti l’iter storico della città attraverso un percorso artistico che si snodi sapientemente attraverso i luoghi più significativi del centro cittadino, Portasalza, Santa Lucia, il vicolo di San Michele, Piazza Mario Pagano, la chiesa di San Francesco, Piazza Duca della Verdura, Porta San Giovanni, Piazza Matteotti, Piazzale Loffredo, Via San Gerardo, Via Manhes e la famosa Torre Guevara, illustrando le sue origini romane, le dominazioni straniere bizantine, normanne e saracene, il suo passaggio a città vescovile sotto il pastore Gerardo da Piacenza, le successive signorie aragonesi, angioine e borboniche.
Il piacere dell’arte, l’interesse per il racconto attraverso i monumenti unito alla cura estetica di una Città troppo spesso trascurata e svilita dalla mancanza di conoscenza della sua ricchezza e antichità può trovare una svolta con lo sviluppo di questo progetto. 
Potenza acquisisce oggi il primo tassello per trasformarsi in un museo a cielo aperto capace di coniugare turismo, arte, cultura e artigianato e nel contempo intessere una stretta trama tra storia, cultura, origini e tradizioni della Città e dell’intera Regione, per un arricchimento duraturo e una risorsa permanente del capoluogo e della Basilicata.
ANARCHISMO E MARXISMO 

IL VALORE DI UN IDEALE E LA MISERIA DI UNA IDEOLOGIA
di Mirko Roberti 

(Giampietro Berti)

L’impossibile suicidio – Estinzione e abolizione dello Stato
La contrapposizione, non terminologica ma sostanziale, tra marxismo e anarchismo su una questione di nodale importanza teorica e pratica
A distanza di cento anni dalla formazione storica dell’ideologia marxista e di quella anarchica, punto specifico ed emblematico che riassume le opposte posizioni teoriche di esse, rimane quello dello Stato. Esso, divenuto oggi, scopertamente, non più solamente “un comitato di affari della disuguaglianza e dello sfruttamento”, stabilitosi ormai come sistema totale tendente alla fusione della sfera economica con quella politica, rimane oggi come ieri, il nemico numero uno di tutti gli sfruttati, e gli oppressi.

Sulla sua natura, come significato e funzione, si sono scontrate nel corso di un secolo, all’interno del movimento socialista e operaio, le posizioni libertarie e quella autoritarie. Apparentemente esse sembrano ricondursi ad un ambito propriamente metodologico, dal momento che l’ipotesi di una società comunista, così come è stata formulata nella sua fase ultima dal marx-leninismo, non sembra discostarsi molto dalla concezione anarchica della società libertaria. Ma, ad un’analisi più attenta e approfondita. apre in realtà uno squarcio tra di esse, tanto che il confronto trascende i limiti del campo metodologico per investire ed implicare quello costitutivo del finalismo rivoluzionario. In questo modo l’intera discussione sullo Stato, attraverso le ripetitive posizioni pratico-teoriche di entrambe le dottrine, si trasforma in una discussione nodale sulla natura propria della teoria marx-leninista e di quella anarchica.
Per non perderci in una serie interminabile di disquisizioni accademiche, assumiamo, come centro sociale di verifica, due termini che riassumono e sintetizzano, anche fisiologicamente, sia la tradizione ortodossa ed eterodossa del marx-leninismo, sia quella anarchica. I termini estinzione ed abolizione dello Stato appartengono, infatti, esclusivamente, rispettivamente al primo e al secondo patrimonio teorico. Essi, inoltre, ci permettono di avanzare alcune ipotesi interpretative, in sede storiografica, sul loro significato operativo rispetto alle esperienze passate. Il significato teorico che emerge da quest’ultima considerazione, introduce una comprensione che passa dal campo teorico a quello pratico, così che l’intera discussione diventa feconda di insegnamenti vivi, mantenendo intatta tutta la pregnanza della sua attualità.

Marx ed Engels
Prendiamo rapidamente in esame le ultime posizioni di Marx ed Engels relative allo Stato. Esse sono la conclusione di una trentennale riflessione teorica su questo tema, anche se alcuni interpreti “libertari” del pensiero marxista, distinguono un Marx “giovane” da un Marx “maturo”, rilevando nella prima fase un accento più spiccatamente libertario. Una prima generale considerazione da fare riguarda l’impianto essenziale dell’analisi marxiana: essa individua nella classe operaia il soggetto specifico della rivoluzione socialista. Scrive Marx “Una rivoluzione sociale radicale è legata a certe condizioni storiche dello sviluppo economico; queste ne costituiscono la premessa. Essa è quindi possibile soltanto laddove, con la produzione capitalistica, il proletariato industriale assume almeno una posizione di rilievo sulla massa del popolo” (1). L’oggetto dell’attenzione teorica marxiana è la società storica capitalistico-borghese nella sua forma matura a quel tempo: l’Inghilterra. Più in generale l’intera struttura della dialettica marx-engelsiana, ruota intorno ai poli borghesia-proletariato, capitale-forza lavoro. Vale a dire a rapporti che rientrano sempre, bene o male, in un contesto storico ben preciso: la rivoluzione socialista, precisa Marx, “è legata a certe condizioni storiche dello sviluppo economico”, la realizzazione della società socialista necessariamente emerge dalla società capitalista” (2).

Ora, da questa prima considerazione generale dell’analisi marx-engelsiana, riguardante la sfera propriamente socio-economica, così come si presenta attraverso le classi determinanti l’esito della lotta, è possibile passare all’attenzione particolare dello Stato. La riflessione marx-engelsiana riposa sulla premessa vista precedentemente: lo Stato, come forma politica specifica del dominio borghese. La realizzazione della società comunista, liberata dal peso parassitario dello Stato, risulta sempre, però, condizionata da certe condizioni storico-economiche. (3)  Scrive ancora Marx “In una fase più elevata della società comunista, dopo che è scomparsa la subordinazione asservitrice degli individui alla divisione del lavoro, e quindi anche il contrasto fra lavoro intellettuale e fisico; dopo che il lavoro non è divenuto soltanto mezzo di vita, ma anche il primo bisogno della vita; dopo che con lo sviluppo onnilaterale degli individui sono cresciute anche le forze produttive e tutte le sorgenti della ricchezza collettiva scorrono in tutta la loro pienezza, solo allora l’angusto orizzonte giuridico borghese può essere superato, e la società può scrivere sulle sue bandiere: Ognuno secondo le sue capacità; a ognuno secondo i suoi bisogni!”  (4).
Dunque, solo dopo, “in una fase più elevata”, avviene l’estinzione dello Stato. Engels, a questo proposito, ribadisce la condizione essenziale di tale estinzione, scrivendo “Essa ha quindi come suo presupposto un alto grado di sviluppo della produzione nel quale l’appropriazione dei mezzi di produzione e dei prodotti, e perciò del potere politico, del monopolio della cultura e della direzione da parte di una particolare classe sulla società non solo è divenuta superflua, ma è diventata anche economicamente, politicamente e intellettualmente un ostacolo allo sviluppo” (5). In tale contesto si precisa che “l’intervento di una forza statale nei rapporti sociali diventa superfluo successivamente in ogni campo e poi viene meno da se stesso Lo Stato non viene “abolito”: esso si estingue”  (6).
Occorre, a questo punto, meditare attentamente la precisazione engelsiana. Essa riconferma innanzi tutto la condizione storico-economica postulata da Marx di tale passaggio, poi rimette in evidenza la differenza tra abolizione ed estinzione, infine, ed è questo l’aspetto più interessante, delega allo Stato il compito di estinguersi: esso “viene meno da se stesso”. Questa significativa pagina di Engels si inserisce nel contesto generale della “fase di transizione” alla società comunista. Ribadendo il rifiuto di Marx “sull’abolizione dello Stato e sciocchezze analoghe” (7), Engels illuminava sinteticamente il periodo di transizione concepito da Marx. Quest’ultimo aveva scritto che “Tra la società capitalista e la società comunista vi è il periodo della trasformazione rivoluzionaria dell’una nell’altra. Ad esso corrisponde anche un periodo di transizione, il cui Stato non può essere altro che la dittatura rivoluzionaria del proletariato.” (8).
Dall’insieme di questa pur sommaria documentazione è possibile ricavare alcune considerazioni di carattere generale sul tema dell’estinzione dello Stato. Prima di tutto che l’esistenza dello Stato non ha una propria autonomia, e pertanto trasformato il rapporto di produzione capitalistico in rapporto comunista, lo Stato “viene meno”. Poi la conferma che questo “venir meno” rientra all’interno della “fase di transizione” dalla società capitalistica alla società comunista, e, infine, che questa azione di estinguersi è condotta in prima persona dallo Stato. In altri termini l’azione rivoluzionaria si limita a cambiare le condizioni storico-economiche, poi lo Stato “cadrà da sè”.

Lenin
Nell’esaminare il concetto dell’estinzione dello Stato in Lenin, non vi troviamo una grande differenza rispetto alle tesi marx-engelsiane. Lenin riconferma, punto per punto, sia l’impostazione analitica, sia quella metodologica. Egli sostiene, preliminarmente, con essi, che solo il proletariato (classe operaia) è il soggetto rivoluzionario “Mentre la borghesia fraziona, disperde la classe contadina e tutti gli strati piccolo-borghesi, essa concentra, raggruppa e organizza il proletariato. Grazie alla sua funzione economica nella grande produzione, solo il proletariato è capace di essere la guida di tutti i lavoratori e di tutte le masse sfruttate, che la borghesia spesso sfrutta, opprime, schiaccia non meno e anche più dei proletari, ma che sono incapaci di lottare indipendentemente per la loro emancipazione.”  (9).

Questa premessa generale è complementare all’altra tesi dialettica della formazione storica del comunismo. Quest’ultimo appartenendo ad una “fase più elevata” del “periodo di transizione”, non può venire imposto. Questa “fase”, infatti, “superiore del comunismo, non solo nessuno ha mai promesso, ma non ha neppure pensato di “introdurre”, per la sola ragione che è impossibile “introdurla”. (10). Questo perché “il comunismo è generato dal capitalismo, si sviluppa storicamente dal capitalismo!” (11). Lo schema semi-automatico del processo rivoluzionario confluisce e sbocca nella teoria dell’estinzione dello Stato, che viene contrapposta a quella della abolizione propria dell’anarchismo. Lenin ribadisce “la formula secondo cui, per Marx, Lo Stato si “estingue”, in contrapposizione alla dottrina anarchica della “abolizione dello Stato” (12).
Anche la “fase di transizione” dalla società capitalistica alla società comunista è riconfermata, nel pensiero leninista, come complementare alla concezione dell’estinzione, introducendo, inoltre, un’importante distinzione tra “soppressione” dello Stato borghese ed “estinzione” dello Stato proletario. Riconfermando ciò che affermava Engels, Lenin scrive “In realtà, Engels parla qui di soppressione dello Stato della borghesia per opera della rivoluzione proletaria, mentre ciò che egli dice sull’estinzione dello Stato riguarda i resti dello Stato proletario che sussisteranno dopo la rivoluzione socialista. Lo Stato borghese, secondo Engels, non “si estingue”; esso viene “soppresso” dal proletariato nel corso della rivoluzione. Ciò che si estingue dopo questa rivoluzione, è lo Stato proletario o semi-Stato.”  (13).

Bakunin
Rispetto alla teoria dell’abolizione dello Stato, prendiamo ora in esame alcune significative posizioni anarchiche. A differenza di Marx ed Engels, Bakunin non individua solo nella classe operaia il soggetto rivoluzionario, organizzate il proletariato delle città, e ciò facendo, unitelo nella stessa organizzazione preparatoria col popolo delle campagne. E’ qui la salute della rivoluzione italiana, la salute della rivoluzione in tutti gli altri paesi” (14). L’implicazione teorica presente in questa affermazione, riconduce all’analisi bakuniniana delle condizioni storiche favorevoli al processo rivoluzionario. Esse non vengono solo individuate sulla base dello sviluppo del sistema capitalistico, ma più in generale sulla struttura autoritaria presente in ogni sistema socio-economico di sfruttamento e disuguaglianza. Scrive Bakunin: “…egli, (Marx) afferma che i paesi più progrediti e di conseguenza più idonei a compiere la rivoluzione sociale sono quelli in cui la produzione capitalista moderna ha raggiunto il più alto grado di sviluppo. Solo questi paesi sono civili, ed essi soltanto sono chiamati ad iniziare e guidare la rivoluzione… La rivoluzione sociale (invece) è infinitamente più profonda… Non si tratta (solo) dell’emancipazione della classe operaia… ma dell’emancipazione totale ed effettiva di tutto il proletariato; emancipazione riguardante non solo alcuni paesi, ma tutti i paesi civilizzati e no” (15).

Da questa premessa generale, Bakunin scioglie il nodo riguardante la abolizione dello Stato. Quest’ultimo, per Bakunin, risulta, presente in ogni sistema socio-economico di sfruttamento e di disuguaglianza. Il suo principio formale, come struttura autoritaria, presiede alla sua costituzione storica, qualunque sia il grado di sviluppo di essa. E come il processo di “emancipazione” trascende lo sviluppo storico-economico, perché essa non riguarda “solo alcuni paesi, ma tutti i paesi civilizzati e no”, così i tempi dell’abolizione dello Stato non sono storici, ma rivoluzionari, La rivoluzione sociale, infatti, “dovrà distruggere queste istituzioni e queste autorità (quelle dello Stato) né prima né dopo, ma nel medesimo momento” (16).
Il programma dell’immediata abolizione dello Stato, in Bakunin fa tutt’uno con quello della rivoluzione sociale “che punta decisamente all’abolizione di ogni sfruttamento e di ogni oppressione politica, giuridica, amministrativa, governativa e quindi all’abolizione di ogni classe mediante l’uguaglianza economica di tutti i mezzi economici e all’abolizione del loro ultimo sostegno, lo Stato (17). Le conseguenze pratico-teoriche di questa impostazione sboccano nel rifiuto, da parte di Bakunin, del “periodo di transizione” dal capitalismo al comunismo ipotizzato da Marx ed Engels: “Dicono che questo giogo dello Stato, questa dittatura è una misura transitoria necessaria per poter raggiungere l’emancipazione integrata del popolo: l’anarchia o la libertà sono il fine, lo stato o la dittatura sono il mezzo. E così per emancipare le masse popolari si dovrà prima di tutto soggiogare (…) rispondiamo che nessuna dittatura può avere altro fine che quello della propria perpetuazione…”  (18).
Quest’ultima affermazione stabilisce implicitamente che la struttura dello Stato ha una sua propria autonomia, ben lungi da estinguersi qualora siano cambiati solo i rapporti di produzione capitalistici. Questa capacità di ricomporsi dello Stato, anche con livelli storico-economici diversi, è il tema della logica bakuniniana, l’interazione tra sistema politico e sistema economico “La miseria produce la schiavitù politica, lo Stato… (ma)… La schiavitù politica, lo Stato, riproduce a sua volta, e perpetua, la miseria, quale condizione della sua esistenza  (19).

Fabbri e Berneri
Dopo Bakunin, e prima di lui Proudhon, tutto l’anarchismo ha ribadito che l’abolizione dello Stato, è elemento complementare e approdo logico delle sue premesse teoriche. I due autori che prendiamo ora in esame si pongono, come tanti altri, in questa “tradizione” ideologica: abbiamo scelto loro perché essi scrissero su questo tema, anche perché pressati da esperienze rivoluzionarie precise: Fabbri di fronte a quella russa, Berneri militando in quella spagnola. Cominciamo da Fabbri.

L’interazione fra sfera economica e sfera politica, fra Stato e capitalismo, è presente in Fabbri come in Bakunin. Scrive Fabbri “Parlando del fattore statale (…) non intendiamo parlare come di qualche cosa di separato, distinto… col fattore economico. L’uno e l’altro si collegano, s’intrecciano e spesso sono inseparabili anche agli occhi dei più meticolosi ricercatori di distinzioni (20). Più avanti, però, Fabbri individua anche una autonomia dello Stato, secondo il modello classico di analisi dell’anarchismo “lo Stato, cioè l’istituzione (…) ha una sua vitalità propria, e costituisce con i suoi componenti” (21). Questa precisazione sull’autonomia della struttura statale è la conseguenza della distinzione analitica, propria dell’anarchismo, fra sistema autoritario in generale e sua concretizzazione storica particolare, fra potere e forma socio-economica del potere. Fabbri, infatti, precisa che “La lotta contro lo Stato, come contro ogni forma di autorità coattiva e violenta dell’uomo sull’uomo, (…) è la ragion d’essere dell’anarchismo. In quanto gli anarchici sono socialisti, essi hanno anche la funzione di combattere il capitalismo, ça va sans dire; ma la loro funzione specifica, come anarchici, è quella di combattere l’autorità statale, non solo nelle sue manifestazioni inerenti al regime capitalistico, ma anche nella sua propria essenza costituente il Potere” (22)… “Di qui la necessità dell’abolizione dello Stato”  (23).
Berneri in una serie di articoli su Guerra di classe del 1936 mette a fuoco il problema dello Stato, rispetto alle posizioni marx-leniniste e anarchiche. Prima riconferma il punto di vista di quest’ultime sulle autorità dello Stato “Che lo Stato si riduca al potere repressivo sul proletariato e al potere conservatore rispetto alla borghesia, è tesi parziale, sia che si esamini lo Stato anatomicamente, sia che lo si esamini fisiologicamente. Al governo di uomini si associa nello Stato, l’amministrazione delle cose (qui Berneri fa propria una tesi famosa di Malatesta (24): ed è questa seconda attività che gli assicura il permanere. I governi cambiano. Lo Stato resta” (25).
Sempre in polemica con Marx-Engels-Lenin, Berneri dopo un excursus sull'”indipendenza fra lo Stato e il capitalismo (26), passa a criticare la fase di transizione al comunismo“. Riferendosi ad un celebre passo dello Antidühring di Engels, egli nota “In realtà, Engels, sotto l’influenza dello stile dialettico, si esprime infelicemente. Tra l’oggi borghese-statale e il domani socialista-anarchico Engels riconosce una catena di tempi successivi, nei quali stato e proletariato permangono. A gettare della luce nell’oscurità dialettica è l’accenno finale agli anarchici che vogliono che lo Stato sia abolito dall’oggi al domani, ossia che non ammettono il periodo di transizione…” Lo Stato socialista, abolendo le classi si suicida. Marx ed Engels erano dei metafisici ai quali accadeva di frequente di schematizzare i processi storici per amore di sistema. Il proletariato “che si impadronisce dello stato, deferendo ad esso tutta la proprietà dei mezzi di produzione e distruggendo se stesso come proletariato e lo stato in quanto stato è una fantasia metafisica, un’ipotesi politica di astrazioni sociali” (27).
Sintetizzando le tesi di Bakunin, Berneri e Fabbri, possiamo dire che il processo rivoluzionario si concretizza, come dice il secondo, attraverso “l’abolizione dello Stato, mediante la rivoluzione sociale e il costituirsi di un ordine nuovo autonomista-federale” (28), poi con la pratica immediata di tale ordine, infine, con il riconoscimento storico della possibilità rivoluzionaria applicabile a diversi livelli socio-economici dello sviluppo storico.

L’azione rivoluzionaria
Dobbiamo ora vedere quale significato dinamico è risultato inerente rispettivamente alla teoria dell’estinzione e a quella dell’abolizione dello Stato. Questa dimensione implica, infatti, alcune ipotesi interpretative sull’operare storico del marx-leninismo e dell’anarchismo. Risulta innanzi tutto evidente che la scomparsa dello Stato, all’interno dello schema Marx-leninista, è strettamente legata alla concezione dialettica del materialismo storico. La dottrina marx-engelsiana prima, e leninista, poi, sull’estinzione dello Stato, è in armonia con l’intero sistema teorico-ideologico. Il postulato base di questa connessione si misura sul significato dinamico, ma passivo, dell’estinzione dello Stato.

Significato passivo perché, come abbiamo accennato sopra, l’azione di estinguersi viene delegata allo Stato. Quest’ultimo essendo un apparato sovrastrutturale non ha una sua propria autonomia, la sua esistenza è determinata dal rapporto di produzione capitalistico. Il tempo dell’estinzione, precisa il marx-leninismo, è il tempo della “fase di transizione”; non solo, essa si fa realizzazione comunista dopo la “soppressione” dello Stato borghese e l’avvento della “dittatura del proletariato”. I tempi del processo rivoluzionario, della concezione marx-leninista, sono due: il primo è attivo (soppressione dello Stato borghese), il secondo è passivo (estinzione dello Stato proletario o semi-Stato). Ne deriva che l’azione rivoluzionaria propugnata dal marx-leninismo è attiva solo rispetto al capitalismo, perché una volta rovesciati i suoi rapporti, viene meno anche la tensione storico-dialettica.
Questa divisione in due tempi del processo rivoluzionario, l’uno di distruzione attiva, l’altro di costruzione passiva, rappresenta la giustificazione teorico-ideologica, a nostro avviso, della progressiva sostituzione dei fini che ha caratterizzato lo sviluppo storico del marx-leninismo. La teorizzazione del dopo, dilatando la costruzione del comunismo in un tempo non più ipotizzabile, sembrava allora una risposta scientifica di fronte alla pretesa “utopistica” di “introdurre” tale fase indipendentemente dallo sviluppo storico-economico della società. L’individuazione della progressiva sostituzione dei fini, con tendenza non degenerativa, ma logica, del marx-leninismo, apre ora una comprensione scientifica della sua natura storica (29).
Il significato dinamico della teoria anarchica dell’abolizione dello Stato, si iscrive, al contrario, in un contesto attivo dell’azione rivoluzionaria. Lo Stato viene abolito, in via diretta, dal soggetto rivoluzionario agente in prima persona. Nessuna delega allo Stato di sopprimersi da sè. Questa dimensione attiva dell’azione rivoluzionaria è dunque, a differenza del marx-leninismo, presente non solo contro il capitalismo, ma anche nella costruzione per il socialismo. Abbiamo già visto in Bakunin, ma più in generale nella teoria anarchica, che i tempi dell'”emancipazione” non sono storici, ma rivoluzionari. Non vi sono un prima e un dopo nella costruzione del socialismo, ma una dilazione ininterrotta dei mezzi rivoluzionari.

Come l’estinzione dello Stato è in armonia con la concezione generale marx-leninista, così l’abolizione di esso è logicamente complementare alla concezione anarchica generale. Mentre l’oggetto specifico dell’analisi marx-leninista è il capitalismo nella sua fase più matura, cioè una particolare società storico economica, l’oggetto specifico dell’analisi anarchica è la società autoritaria, presente sia nel capitalismo come in qualsiasi altro sistema socio-economico di sfruttamento e di disuguaglianza. La contemporanea presenza, in diversi sistemi socio-economici, di un unico principio informatore autoritario, rappresentato nella sua forma più generale dalla gerarchia statuale, conduce l’anarchismo a considerare lo Stato come un apparato autonomo e non sovrastrutturale. La generalizzazione e universalità della struttura autoritaria, perpetuandosi in differenti società storiche, rimane identica a se stessa rispetto all’azione rivoluzionaria dell’anarchismo. Questo significa che anche quest’ultimo è rimasto identico a se stesso nel corso del suo sviluppo storico: esso infatti non ha progressivamente sostituito i suoi fini. La radicale diversità tra l’ipotesi interpretativa del marx-leninismo e quella dell’anarchismo, in sede storiografica, si riflette ora in sede propriamente teorica. Vedremo in un prossimo articolo quali insegnamenti trarre dall’intreccio di queste due riflessioni.

sabato 1 ottobre 2016

Presto un nuovo test per gastrite, ulcera e per prevenire il tumore allo stomaco



Il prof. Enzo Ierardi al microspocio


Un’importantissima scoperta nel campo delle malattie gastriche è a opera di un lucano. Il professore Enzo Ierardi, senior scientist, associato di Gastroenterologia dell’università degli studi Aldo Moro di Bari, grazie a uno studio combinato con la dottoressa Giogio e con il professor Di Leo e la THD spa. Il prof Ierardi è originario di Armento dove nacque il 26 settembre 1951. A 12 anni si trasferisce con tutta la famiglia a Bari dove inizia il suo prestigioso percorso di studio. Nel 1977 si laurea in medcina con il massimo dei voti e si specializza con la stessa valutazione in malattie dell’apparato digerente dopo aver trascorso un anno al Saint Mark’s Hospital di Londra per la prerazione di una tesi sperimentale sulle evoluzioni neoplastiche delle malattie intestinali. Dopo un lungo percorso accademico spostandosi in tutta Italia e in altri Paesi del mondo torna a Bari. Nel 2012, dopo 40 anni di appassionato lavoro, decide di andare in pensione, continuando a offrire preziose collaborazioni all’università di Bari e a quella di Foggia che gli conferisce il sigillo d’oro dell’Ateneo per il contributo dato alla nascita e alla istituzione dell’Ateneo. Nel 2015 è nominato consulente del ministero della Salute dell’Iran su Helicobacter pylori e malattia cecliaca.
Oggi, grazie alla sua ricerca e al suo staff, è pronto un nuovo esame diagnostico destinato a rivoluzionare la cura della gastrite e dell’ulcera e fissare un importante tassello nella prevenzione del tumore dello stomaco.
L’Helicobacter pylori è un microbo scoperto nel 1983 da due ricercatori australiani, Robin Warren e Barry Marshall, i quali dimostrarono che lo stesso era responsabile di malattie, note sin dai tempi degli Assiri e dei Babilonesi, come l’ulcera, la gastrite e il tumore dello stomaco. E’ evidente che tale scoperta suscitò un grande fermento nel mondo scientifico e culminò con l’assegnazione del Premio Nobel agli scopritori.
Il professor Enzo Ierardi, ci spiega qual è stato il suo contributo a un’importantissima scoperta nel campo delle malattie gastriche.
La possibilità di curare con antibiotici malattie, che prima richiedevano interventi chirurgici con asportazione parziale dello stomaco, aveva una valenza innovativa eccezionale.
Negli ultimi anni, tuttavia, l’attenzione verso l’Helicobacter pylori è passato in secondo piano con l’avvento di altre importanti novità scientifiche in Gastroenterologia, quale la scoperta della cura dell’epatite C.
La dottoressa Giorgio

Da più parti, sia personaggi illustri del mondo scientifico che operatori sanitari sul territorio hanno precocemente decretato la fine delle problematiche correlate a questo microbo e sottovalutato le sue potenzialità. Ma, si sa bene che sottovalutare l’avversario è il modo migliore per perdere una partita. Infatti, il problema è riemerso prepotentemente negli ultimi anni, in quanto il microbo si è evoluto e “attrezzato” per resistere ai tentativi di eliminarlo.
“Da qualche anno, in qualità di referente per gran parte dell’Italia Meridionale e Centrale, mi sono trovato sem-pre più spesso di fronte a pazienti, che dopo aver tentato le cure più disparate senza successo e avere attinto informazioni su internet, apparivano terrorizzati dalle possibili conseguenze della mancata eliminazione del microbo. E così mi sono reso conto che il problema è molto spesso correlato a ciò che non si è fatto o si è fatto male, piuttosto che ad un rimedio di cui non disponiamo. Infatti, è in quel momento che ho realizzato che, a fronte di un armamentario di farmaci, che è rimasto lo stesso da più di un decennio, non disponiamo di indagini diagnostiche, che ci possano indicare la cura da adottare”.
Di conseguenza, spiega il proferssor Ierardi, la percentuale di successo dei trattamenti in uso si è abbassata drammaticamente. Inoltre, “è in quel momento che ho ipotizzato che il microbo non fosse più lo stesso e che il suo DNA (cioè i suoi geni) potesse essere cambiato adattandosi a determinare il fallimento dei comuni trattamenti grazie allo sviluppo delle resistenze agli antibiotici. A questo nuovo scenario, ha guardato da 10 anni il mio gruppo di ricerca, che gode del patrocinio e dell’appoggio della Sezione di Gastroenterologia del Dipartimento dell’Emergenza e dei Trapianti d’Organo dell’Università di Bari e del finanziamento della THD SpA di Correggio (RE)”.  A detta di Enzo Ierardi, “il nostro primo obiettivo è stato quello di analizzare il DNA del microbo ed individuare le mutazioni, che gli hanno permesso di diventare resistente agli antibiotici più comunemente usati. Il secondo obiet-tivo è stato quello di isolare il DNA del mi-crobo dei soggetti por-tatori da materiale bio-logico al fine di evitare al paziente l’esecuzio-ne di una indagine invasiva come la ga-stroscopia. Per questo scopo abbiamo rivolto l’attenzione all’analisi delle feci di questi pa-zienti. Lo scopo di mettere a punto tale procedura è stato quello di ridurre i costi ed i tempi dell’esame, condizioni necessarie per la diffusione dello stesso su larga scala”.
Dopo anni di paziente lavoro, caratterizzato da esperimenti di laboratorio, compiendo un piccolo passo per volta, abbiamo finalmente coronato il nostro sogno di mettere a punto un esame delle feci che permettesse d’isolare il DNA dell’Helicobacter pylori e di analizzarlo per verificare le eventuali resistenze agli antibiotici. Questa scoperta permetterà di eseguire un test preliminare ai soggetti portatori del microbo al fine di potere “personalizzare” la cura e renderla “efficace” caso per caso, utilizzando soltanto antibiotici ai quali “quel microbo” risulta non essere resistente.
L’esame diagnostico è stato brevettato nel febbraio 2016 ed i risultati dello studio. dopo rigorosa revisione da parte di esperti internazionali, sono stati pubblicati nel luglio scorso sulla rivista internazionale “Scandinavian Journal of Gastroenterology”. La presentazione della scoperta avverrà nel corso di un Convegno che si terrà presso l’Aula Magna del Policlinico di Bari alla presenza del prof. Bazzoli (Bologna) e del prof. Malfertheiner (Magdburg, Germania), rispettivamente in rappresentanza dei Gruppi Italiano ed Europeo per lo studio dell’Helicobacter pylori.
Infine, in autunno partirà uno studio pilota sull’uomo che ha ricevuto la recente appro-vazione del Comitato Etico del Policlinico di Bari, che sarà esteso ad altre Università Ita-liane (Milano, Roma Cattolica, Bologna, Na-poli Federico II).
In conclusione, “il mondo scientifico nazionale e internazionale attende con ansia di verificare come il prodotto della nostra ricerca possa finalmente “ridurre alla ragione” questo microbo irriducibile”.
Lo studio del professor Ierardi, delladottoressa Giorgio e del professor Di Leo e della THD spa è stato pubblicato su numerose riviste scientifiche come JMM “Detenction of Helicobacter pylori DNA sequences in gasrtric biopsy samples to refine the diagnosis and terapy (Journal of medical microbiology) e su Scandinavian Journal of gastroenterology

domenica 31 luglio 2016

Sacco e Vanzetti, storia di ordinaria ingiustizia

Il 23 agosto 1927, alle ore 0,19 veniva ucciso sulla sedia elettrica Nicola Sacco. Alle 0,26 toccava a Bartolomeo Vanzetti subire lo stesso destino. Ma la storia di Sacco e Vanzetti, i due emigrati italiani accusati negli Stati Uniti di aver preso parte a una rapina uccidendo un cassiere e una guardia nonostante le prove evidenti della loro innocenza, non si chiudeva con la loro esecuzione. Una storia di ordinaria ingiustizia, che divenne qualcosa di più grande e simbolico. Come lo stesso Bartolomeo Vanzetti comprese, quando rivolgendosi alla giuria che lo condannò alla pena di morte, disse: «Mai vivendo l'intera esistenza avremmo potuto sperare di fare così tanto per la tolleranza, la giustizia, la mutua comprensione fra gli uomini». Il destino dei due anarchici italiani, capri espiatori di un'ondata repressiva lanciata dal presidente Woodrow Wilson contro la «sovversione», non solo smosse le coscienze degli uomini dell'epoca, ma come un fantasma continuò ad agitare l'America per decenni. Finché nel 1977, cinquant'anni dopo la loro morte, il governatore del Massachusetts Michael Dukakis riconobbe in un documento ufficiale gli errori commessi nel processo e riabilitò completamente la memoria di Sacco e Vanzetti.
Nick e Bart - Bartolomeo Vanzetti, «Tumlin» per gli amici, nacque nel 1888 a Villafalletto nel Cuneese, figlio di un agricoltore. A vent'anni entra in contatto con le idee socialiste e, dopo la morte della madre Giovanna, decide di partire per l'America, miraggio di una vita migliore per gli italiani dei primi del Novecento. Stabilitosi nel Massachusets, milita in gruppi anarchici e nel 1917, per sfuggire all'arruolamento, si trasferisce in Messico. È qui che stringe amicizia con Nicola Sacco, pugliese, classe 1891. Da allora, Nick e Bart diventano inseparabili e frequentano i circoli anarchici.
L'arresto - Il 5 maggio 1920 Nick e Bart, come li chiamavano in America, vengono arrestati perché nei loro cappotti nascondevano volantini anarchici e alcune armi. Tre giorni, i due vengono accusati anche di una rapina avvenuta a South Baintree, un sobborgo di Boston, poche settimane prima del loro arresto, in cui erano stati uccisi a colpi di pistola due uomini, il cassiere della ditta - il calzaturificio «Slater and Morrill» - e una guardia giurata.
La condanna - Dopo tre processi, i due italiani vengono condannati a morte nel 1921 nonostante contro di loro non ci sia nessuna prova certa, ma addirittura la confessione del detenuto portoricano Celestino Madeiros che ammette di aver preso parte alla rapina e di non aver mai visto Sacco e Vanzetti. E a nulla valsero neppure la mobilitazione della stampa, la creazione di comitati per la liberazione degli innocenti e gli appelli più volte lanciati dall'Italia.
Quando si parla di Mussolini le posizioni sono quasi sempre radicali: o dalla sua parte o contro, ma anche se la notizia non è certo recentissima, vala la pena ricordare il suo impegno nel caso Sacco e Vanzetti. La storia dei due anarchici condannati ingiustamente vide l'impegno anche di grandi nomi per la loro salvezza, nomi illustri come Albert Einstein o Anatole France e è stata di ispirazione per registi e cantanti. Quello che è meno noto è l'impegno che Benito Mussolini mise per ottenere la loro grazia dal governo americano.
A rivelare questo inconsueto aspetto del personaggio Mussolini è stato Philip Cannistraro, uno dei più celebri studiosi americani del Fascismo che ha pubblicato le sue ricerche sulla rivista "Journal of Modern History". Cannistraro, frugando negli archivi del Ministero degli Esteri italiano ed in particolare tra i documenti pervenuti dall'Ambasciata italiana di Washington, riportò alla luce due documenti, scritti da Mussolini in persona, dove si chiedeva una revisione del processo a carico dei due anarchici Sacco e Vanzetti: il primo che risale al 1923, in forma riservata, in quanto lo stesso Mussolini riteneva che il processo fosse stato condotto in maniera "pregiudizievole", il secondo indirizzato al governatore del Massachusetts, Alvan Fuller, nei primi dell'agosto del 1927, a un mese dall'esecuzione.
Nelle motivazioni di questa seconda lettera Musssolini chiede che ai due anarchici venga concessa la grazia per evitare che la morte di Sacco e Vanzetti, potesse trasformarli in martiri della sinistra e per dimostrare come la democrazia americana si discostasse nettamente dai metodi bolscevichi. Durante quel periodo Mussolini ebbe una regolare corrispondenza con l'ambasciatore italiano a Washington, Giacomo De Martino, e con il console generale a Boston affinchè facessero pressione anche su Calvin Coolidge, l'allora presidente degli Stati Uniti. Anche se la cosa è poco nota Mussolini nutriva una grande simpatia per gli anarchici: li riteneva uomini "di fegato", cosa raccontata tra l'altro in un libro di Armando Borghi, libertario di spicco negli ambienti romagnoli: "Mezzo secolo di anarchia" dove lo stesso Borghi racconta dei rapporti amichevoli che Mussolini ebbe con il movimento anarchico italiano prima di diventare direttore dell'Avanti e prima di intraprendere la sua carriera politica.

sabato 30 luglio 2016

Al via il cinespettacolo della Grancia: La storia bandita


 Dal 30 luglio all'1 ottobre 2016, al Parco storico, rurale e ambientale della Grancia, a Brindisi di Montagna (Potenza), riprendono la rappresentazione del cinespettacolo “La storia bandita” e tutti gli eventi di animazione culturale. Si rinnova, dunque, un appuntamento di grande suggestione che si è consolidato nel corso degli anni come il più importante attrattore italiano attrezzato nel campo dell’animazione storico-culturale e dell’identità territoriale. 

   Il Parco Storico Rurale e Ambientale della Grancia, realizzato agli inizi degli anni Duemila, su una zona che traguarda l’Antico castello Fittipaldi e il borgo di Brindisi di Montagna, si estende su un’area di circa cinquanta ettari, di notevole pregio dal punto di vista ambientale e paesaggistico. Si tratta di un progetto innovativo di sviluppo rurale basato sul recupero dell’identità locale quale fattore di collegamento orientato a interconnettere beni culturali e ambientali, prodotti agricoli e artigianali, servizi e ospitalità, accoglienza e tempo libero. 

  L’esperienza finora maturata con la realizzazione del Parco della Grancia ha dimostrato la validità dell’idea di dare vita a un parco tematico a carattere storico-culturale, articolato in diverse azioni, che vanno dalla messa in scena del cinespettacolo “La storia bandita” che racconta l’epopea del brigantaggio, fino ai percorsi e agli allestimenti per la valorizzazione delle risorse culturali, artigianali, agricole, ambientali.  La stagione duemilasedici dell’evento si articola in quindici appuntamenti che si concluderanno il primo ottobre. Oltre alla realizzazione delle attività già consolidate nelle edizioni precedenti, saranno introdotte ulteriori interessanti iniziative indirizzate a rafforzare l’indirizzo adottato dal Comune di Brindisi per far crescere una esperienza di condivisione collettiva e popolare capace di coniugare cultura, ambiente, storia ed economia in un modello integrato, fondamentale per  moltiplicare i fattori di interesse e di attrattività verso una delle più originali iniziative di sviluppo locale realizzate in Basilicata e in Italia. 

  Per visionare il calendario dello spettacolo “La storia bandita” e il programma del Parco per il 2016: http://www.parcograncia.it. Sul sito tutte le notizie utili. Dai costi ai numeri telefonici. E' possibile acquistare i biglietti anche: http://www.liveticket.it/opera.aspx?Id=67173